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ARTICOLI E INTERVENTI
 
Gli errori, la bufera e il capitalismo "sostenibile"                                                                                               (Corriere della Sera - 9 ottobre 2008) 

La crisi finanziaria in corso, che non è di breve durata né meramente congiunturale, come ogni crisi comporta non solo rischi (il rischio di estendersi all' economia reale, di minare la fiducia dei risparmiatori, di far pagare costi elevati ai soggetti più deboli e meno protetti), ma anche opportunità, prima fra tutte l' opportunità di ripensare al modello di sviluppo capitalistico. Non segna la fine del capitalismo («che ha i secoli contati» come scrive Giorgio Ruffolo), ma incide in modo e grado diversi nei vari tipi di capitalismo reale (il modello anglosassone «trainato dal mercato», l' economia sociale di mercato della tradizione continentale europea, il capitalismo gestito da un regime autoritario come nel caso cinese) e rafforza l' esigenza di un modello diverso di capitalismo possibile (il modello dello sviluppo sostenibile). L' attività economica avviene sempre in un dato contesto istituzionale, caratterizzato da complesse interazioni tra mercati, imprese, governi, reti associative, singoli individui. Ogni varietà di capitalismo presenta implicazioni differenti per la società civile e per il sistema politico. L' economia aperta del mercato non implica necessariamente una società aperta o un regime politico democratico. Il mercato non è un ordine spontaneo, non è un fine ma un mezzo; è il meccanismo istituzionale «peggiore tranne tutti gli altri» per organizzare la produzione, lo scambio e il consumo, ma non garantisce di per sé né la coesione sociale né la democrazia politica, e neppure una distribuzione equa del reddito e della ricchezza (che rimane un problema eminentemente politico). Esistono prove storiche a favore della correlazione tra economia aperta, società aperta e democrazia e altre prove che falsificano tale ipotesi. La crisi finanziaria dei derivati non è accaduta per caso. Alcuni acuti osservatori della realtà economica (economisti non appartenenti al main stream della Scienza economica americano-centrica, sociologi economici, political economists) avevano formulato critiche argomentate da cui si poteva dedurre questo tipo di esito, concernenti la finanziarizzazione del controllo di impresa, la difficoltà di applicare regole efficaci a attori del mercato globale come le banche d' affari, la logica perversa di certi prodotti finanziari che spostano continuamente il rischio su altri soggetti in una sorta di catena di Sant' Antonio, la diffusione delle stock options e dei superbenefici per top managers, i clamorosi conflitti di interesse tra società di auditing e di consulenza. Se prevale un tipo di capitalismo come quello in cui si è verificata la crisi attuale, che arricchisce i pochi insiders e crea difficoltà ai molti outsiders, che è ossessionato dal brevissimo termine e dal quotidiano oscillare dei titoli di Borsa, che non favorisce investimenti in capitale umano e in tutela ambientale, che non crea opportunità di inclusione per i molti esclusi, il mercato corre il serio rischio di essere erroneamente considerato causa primaria di disuguaglianza e di ingiustizia e di provocare reazioni politiche e culturali che ne minano la legittimità e la possibilità di funzionamento. Il ritorno allo Stato imprenditore, a politiche protezioniste, o addirittura a chiusure autarchiche, sono risposte sbagliate, ma non possono essere esorcizzate sottovalutando la gravità della crisi e le responsabilità della eccessiva finanziarizzazione del sistema. Vanno confutate formulando proposte realistiche di trasformazione del modello di sviluppo dell' economia aperta, che attraverso incentivi e sanzioni modifichi aspettative e comportamenti dei soggetti economici e soprattutto dia risposte al vero problema centrale del capitalismo: come salvaguardare la sua carica innovativa e forza propulsiva, senza «annullare la sostanza umana e naturale della società» (come direbbe Karl Polanyi), ovvero senza negare i diritti civili e politici e le legittime pretese di migliore qualità della vita e senza infliggere ferite profonde all' ecosistema. La crisi in corso non è irreversibile, verrà superata, ma il rischio è che poi si riprenda il cammino che ha portato alla crisi, il business as usual, limitandosi a qualche correttivo parziale e a qualche provvedimento di emergenza, anziché introdurre innovazioni autentiche nel rapporto tra mercato e società e tra mercato e democrazia.

Alberto Martinelli


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